X FESTIVAL DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA

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CARTA  DEI  VALORI  DEL  TERRITORIO

di Daniele CIRAVEGNA*

  1.   Modello organizzativo

Il X Festival della Dottrina sociale della Chiesa (DSC) adotta una modalità organizzativa nuova, nel senso di premettere all’evento di Verona di fine novembre un certo numero di festival locali coordinati. Finalità comune dei festival locali e del festival di Verona non può essere che la diffusione della DSC nelle comunità civili, economiche e sociali, avendo particolare attenzione anche alla valorizzazione delle sinergie fra le realtà cattoliche esistenti.

Il modello organizzativo adeguato dovrebbe vedere i festival locali coordinati fra di loro secondo un modello di tipo federale, in cui ognuno dei poli è caratterizzato da un territorio e da un campo d’interesse, che può essere comune a più territori o differenziarsi fra territorio e territorio.

L’implementazione del modello organizzativo dovrebbe comprendere due modalità: un approccio di tipo deduttivo, che evidenzi, in modo stringato, i valori fondanti che discendono dalla rivelazione delle sacre scritture e dal magistero della Chiesa e un (ampio) approccio di ritorno di tipo induttivo, poiché i principi della DSC e il magistero della Chiesa devono essere calati nella vita civile, politica, economica, sociale per essere vivi, per camminare insieme a tutta l’umanità lungo la strada della storia, della salvezza.

L’approccio induttivo permette di presentare le azioni impostate e realizzate alla luce dei valori propri della DSC che emergono dall’operare di persone e di istituzioni che seguono i predetti valori. In questo modo, i valori sono confermati dalla loro declinazione in azioni concrete: il pensiero che emerge dall’azione.

2. I valori

In effetti, i valori possono essere quelli radicati nella natura stessa della persona, principi universali posti in ogni persona dal Creatore e che costituiscono la tutela di tutto ciò che di umano c’è in ogni comunità. Sono l’espressione dei “diritti naturali”, cioè quei diritti fondamentali che una persona ritiene tipici e comuni di tutti gli essere umani e segnano i limiti non intaccabili né da parte sua né dagli altri. Possono quindi anche essere valori che ogni sistema, ogni cultura, ha costruito nel corso della sua evoluzione e che costituiscono la giustificazione della comunità stessa. E poi vi sono i valori elaborati autonomamente da ogni persona, nella continua interazione con le altre persone, individualmente e comunitariamente. I valori coinvolgono anche i rapporti con Dio (anche nel senso di considerarli assenti): sono i valori religiosi della persona.

      L’insieme dei valori posseduti da una persona costituisce la sua “etica”, la quale ha al centro della sua attenzione, oltre al rapporto con Dio e con la natura, il rapporto con le altre persone, il rispetto della persona umana, della sua libertà, del suo sviluppo. Alla luce della sua etica, la persona prenderà le sue decisioni e manifesterà quindi la sua “morale”, il suo comportamento abituale (“morale” da mores, costumi/abitudini), che concorre a determinare le norme di comportamento (la “morale”) accettate e tenute in considerazione, più o meno alta, all’interno della comunità cui la persona appartiene. Nessuna attività umana è esclusa da considerazioni etiche, le quali portano all’assunzione di responsabilità sia per sé sia per gli altri, in ogni àmbito di vita.

Importante fonte di valori è la DSC, la quale indica, quali suoi principi fondanti, la centralità della persona e lafraternità. La fraternità completa la centralità della persona, dando dignità alla persona stessa, e la DSC fa pienamente proprie la centralità e dignità della persona, al punto di assumerle quali assiomi di base delle proprie argomentazioni, e indica esse quali unico modo attraverso il quale si realizza lo sviluppo umano integrale (tutti gli aspetti della persona e tutte le persone).

La centralità e dignità della persona si declinano con il rispetto della vita umana (dal concepimento alla sua fine naturale), della famiglia (comunità necessaria per lo sviluppo della persona, cellula primaria della comunità, da sostenere e da distinguere dalle altre forme di unioni), dell’educazione e del lavoro. Tutti questi rivestono primaria importanza per la realizzazione dell’uomo e della donna e per lo sviluppo della comunità; per questo, occorre che tutte le azioni siano sempre organizzati nel pieno rispetto della dignità della persona e al servizio del bene comune.

Ne consegue che il lavoro, l’attività produttiva, l’economia vengono ad assumere una chiara impostazione antropologica. Se così non fosse, si finirebbe per trattare il lavoro quale semplice “forza lavoro”, alla stregua di qualsiasi altro fattore produttivo, di qualsiasi altra fonte di energia. Il lavoro fa parte della vita della donna e dell’uomo. Oggi, soprattutto nei paesi più sviluppati, ci sono molte persone che sembrano vivere solo per il lavoro, dal quale dipendono pressoché totalmente. È il lavoro che dice agli altri chi è la persona stessa; è il lavoro che crea le gerarchie sociali. Eppure l’uomo e la donna si realizzano certamente nel lavoro espletato, ma non in modo esclusivo: la persona è sempre più del lavoro in cui si esprime. 

Ma ciò non basta: la centralità e la dignità della persona potranno affermarsi solo se avranno il sostegno di un adeguato ambiente costruito sui valori di verità, libertà, pace, giustizia, responsabilità, rispetto della natura, declinati e vivificati dai principi di solidarietà e di sussidiarietà per la realizzazione della sostenibilità sociale, economica e naturale dell’umanità, di tutta l’umanità[1].

a) Verità. La prima verità che dev’essere acquisita è che l’economia non ha soluzioni tecniche che la vincolino; non ha leggi ferree cui doversi sottomettere. Le leggi ferree dell’economia, che dovessero esistere, non sono leggi proprie dell’economia, bensì leggi tecniche che vincolano il fenomeno della produzione, in senso lato, per la parte che dipende dalle leggi della fisica, della chimica, della biologia e delle altre leggi naturali (anche se è pure possibile che queste leggi naturali possano essere manipolate nei loro effetti sul sistema economico-sociale). A parte le leggi naturali immodificabili, le leggi della produzione e della distribuzione sono pienamente endogene, poiché espressione delle preferenze umane. Le leggi economiche (come le usanze e le strutture istituzionali) sono quelle che le donne e gli uomini stessi si danno, che discendono dai principi etici che essi possiedono, e le soluzioni sono quindi quelle che derivano da queste leggi, e quindi da questi principi etici.

In verità, è diffusa, fra molti economisti, l’analisi marginalistica (neoclassica), scuola di pensiero che si sviluppò a partire dall’ultimo quarto dell’Ottocento, la quale assume una prospettiva speculativa astorica e asociale, in cui l’analisi dei sistemi economici è completamente separata dallo studio delle istituzioni sociali e politiche. L’analisi economica si riduce a modelli interpretativi del comportamento dei soggetti economici basato sulle scelte ottimizzanti le loro funzioni obiettivo, in presenza di vincoli dati dalle risorse disponibili, che riduce il tutto a regole meccanicistiche prive di coordinate sociali e storiche: l’homo oeconomicus, ricondotto a produttore e inventore di nuove tecniche o a consumatore, l’uno e l’altro guidati dalla spinta dell’interesse individuale e della massima utilità per se stesso, e nulla più.

Negli ultimi lustri, tuttavia, ha preso un certo spazio (ancora minoritario) un’analisi del comportamento di agenti personalizzati, arricchiti di coordinate relazionali e sociali, che interagiscono fra di loro in modo tale da condizionarsi a vicenda, all’interno di un ambiente sociale attivo. Una delle conseguenze di quest’apertura è stata l’entrata nell’analisi economica del fattore etica. Con le parole di Papa Benedetto XVI (Lettera enciclica Caritas in Veritate, Città del Vaticano 2009, § 37 e 45), «ogni decisione economica ha una premessa e una conseguenza di carattere morale [per cui] l’economia ha bisogno dell’etica per il corretto funzionamento; non di un’etica qualsiasi, bensì di un’etica amica della persona». In altri termini, si può dire che il fiume dell’economia scorre nell’alveo dell’etica, per cui la scienza economica non nasce per separazione dall’etica (come si sente dire diffusamente), bensì all’interno dell’etica stessa. 

“Scorrere nell’alveo dell’etica” non significa solamente comportarsi in modo corretto, rispettando le regole di un comportamento che rispetti le altre persone e faciliti lo svolgersi della vita in comune. Significa assai di più; significa operare in modo da far crescere il bene comune, che deriva dalla disponibilità di beni accessibili in modo adeguato per tutte le persone, dalla diffusa presenza di beni relazionali e di beni naturali, tutti ottenuti rispettando la giusta gerarchia dei valori. Si tratta di un’etica sociale.

b) Libertà. Il valore della libertà porta a non volere ostacolare nessuna delle diverse tipologie d’impresa esistenti, riconoscendo nella libertà economica uno stimolo qualificante per il miglioramento delle condizioni economiche e sociali delle diverse comunità di persone e dell’intera umanità. Di questo sono convinti i liberalisti, secondo i quali gli individui e le imprese sono sempre capaci di organizzare da sé, in modo ottimale, con efficienza ed efficacia, le proprie attività economiche e gestire i rischi che da essa derivano, e i mercati sono meccanismi perfetti, spersonalizzati, nei quali ognuno opera nel suo interesse ma, così facendo, realizza l’obiettivo della massima utilità totale. 

Ma la storia economica ha chiaramente mostrato che i mercati non sono stati mai meccanismi perfetti e spersonalizzati; tale tipo di mercati è una costruzione teorica, quella della concorrenza perfetta, che non ha riscontri con la realtà, poiché ipotizza la presenza di moltissimi venditori e moltissimi acquirenti, tutti privi di qualsiasi potere di mercato, perché vendono e comprano beni non differenziabili fra di loro, in presenza di preferenze assai bene definite, di informazioni perfette per tutti gli operatori e di aspettative e di percezioni pienamente razionali, di perfetta mobilità dei fattori produttivi e di piena libertà di entrata nei mercati sia per venditori sia per i compratori, in quanto non esistono vincoli di natura istituzionale, né di natura economico-finanziaria, che impediscano di fatto e l’una e l’altra. 

Nella realtà, i mercati sono di concorrenza imperfetta, di concorrenza monopolistica, di oligopolio, di oligopsonio, di monopolio, di monopsonio, di monopolio bilaterale, all’interno dei quali si hanno asimmetrie nei poteri contrattuali dei soggetti coinvolti: alcuni soggetti hanno poteri di mercato esorbitanti rispetto a quelli delle controparti (l’altro lato del mercato) o dei cointeressati (lo stesso lato del mercato). Inoltre, i ritorni privati e quelli sociali non sono bene allineati, per cui esistono molti settori in cui i mercati, da soli, non funzionano come dovrebbero e non sono quindi meccanismi ottimali.

In altre parole, i mercati non hanno alcuna morale intrinseca; dobbiamo decidere noi come costruirli e gestirli. Le “leggi” dei mercati derivano dall’etica degli operatori presenti in essi e la comunità deve saper esprimere regole capaci di dare un’anima etica ai mercati, impedendo che i soggetti deboli del mercato soccombano (siano sfruttati) dai soggetti forti.

c) Giustizia. In campo economico, la giustizia si declina innanzitutto nell’assenza di povertà assoluta e nella costruzione di un assetto istituzionale che regolamenti tutti i mercati, in modo che sia eliminato ogni squilibrio di potere contrattuale fra le parti. In questo àmbito, un ruolo importante è svolto dalla politica fiscale (entrate e spese pubbliche) che segua l’intento di tipo redistributivo rispetto ai risultati dei mercati. 

Quindi produzione di beni pubblici e beni privati meritevoli, in modo che tutta la collettività ne abbia disponibilità in misura adeguata. Quindi entrate pubbliche improntate al principio di progressività impositiva: contribuisce maggiormente al finanziamento della spesa pubblica il soggetto economico che ha maggiore reddito e ricchezza. Perciò non imposte dirette con un’unica aliquota, bensì imposte dirette con aliquote crescenti al crescere della base imponibile, e imposte indirette con aliquote modellate sul tipo di operazione commerciale sulle quali incidono: aliquote tanto più basse quanto maggiore è la bontà sociale delle operazioni o dei beni sottostanti.

d) Solidarietà. Principio di organizzazione sociale che mira a consentire ai diseguali di diventare uguali, per via della loro uguale dignità; principio d’ordine sociale e, allo stesso tempo, virtù morale. La solidarietà è espressione concreta del principio di gratuità, della logica del dono, che discendono dal principio di fraternità. È il fondamento della concordia sociale, chiamata a favorire l’incontro fraterno e l’aiuto vicendevole, sia all’interno di ogni comunità, di qualsiasi dimensione, sia nelle relazioni internazionali; ciò che vivifica lo sviluppo.

Occorre però distinguere la solidarietà attiva da quella passiva. La seconda cerca di ridurre o di eliminare le situazioni di sofferenza, ma non interviene sulle cause di queste situazioni; la prima cerca, invece, di ridurre o eliminare le cause, permettendo alle persone di alzarsi o di rialzarsi per camminare con le proprie gambe. Il “reddito d’inclusione” è misura che appartiene al novero della solidarietà attiva, poiché sostiene il reddito di chi sicuramente è coinvolto in un processo d’inclusione economica e sociale; il “reddito di cittadinanza” puro (non nella modalità mista attuata nel nostro paese) è una misura di solidarietà meramente passiva, poiché viene erogato indipendentemente dalla presenza o no di un processo d’inclusione.

e) Sussidiarietà. Principio normalmente inteso come una modalità di relazioni fra istituzioni pubbliche, gruppi sociali e persone, per cui lo Stato deve riconoscere, sostenere e promuovere le iniziative sociali che nascono dal basso, nella comunità, in risposta ai bisogni collettivi. Sussidiarietà significa porre al centro dell’azione sociale, economica e politica la persona, soggetto caratterizzato da una libertà capace di scegliere, di avere un’attitudine alla responsabilità, di rapportarsi con le altre persone, di operare per il bene comune, più rilevante di ogni interesse particolare. Significa voler e saper coniugare la condivisione di responsabilità con il principio di solidarietà cooperativa, riconoscendo e ribadendo che ogni cittadino deve affrontare, in prima persona, responsabilità d’ordine sociale. Un’applicazione del principio di sussidiarietà può essere individuato nel senso che l’affiancamento, al sistema dell’economia di mercato capitalistica, dell’intervento dello Stato volto alla realizzazione dell’equità distributiva, avvenga, non attraverso il Welfare State burocratizzato e accentrato, ma attraverso la Welfare Society, nella quale si realizzi un ampio coinvolgimento del Terzo settore, non come mero esecutore di programmi statali, ma come co-programmatore del Welfare State e con ampia delega alla realizzazione delle politiche che ne derivano, con la promozione, l’indirizzo e il controllo dello Stato, appunto secondo il principio di sussidiarietà.

I valori sopra sintetizzati, e in più il valore della pace, definiscono il contenuto della sostenibilità socialeA fianco di questa v’è la sostenibilità dell’ambiente naturale.

f) Sostenibilità dell’ambiente naturale. Oggi significa, da un lato, eliminare quei comportamenti umani che risultano avere rilevanti effetti negativi per la vita del creato (inquinamento e cambiamenti climatici, ad esempio) e, dall’altro lato, impostare l’attività economica produttiva e di utilizzo dei beni alla luce del principio dell’economia circolare, secondo il quale nulla di quanto prodotto viene disperso nell’ambiente, poiché tutto è riutilizzabile e va riutilizzato.

La DSC indica quale fondamento della “questione ecologica” – che sta avendo una rilevanza notevole in pressoché tutti i campi – la presa di conoscenza e di coscienza, da parte dell’umanità, dei limiti che essa ha nell’utilizzare le risorse della natura. La cura del creato è stata elevata a questione sociale a pieno titolo; il che non significa che la natura sia diventata il centro dell’attenzione della DSC – questo continua a essere la persona umana – ma quest’ultima non è però separabile dalla natura: la sofferenza della Terra è legata alla sofferenza dell’umanità. Con le parole di Papa Francesco: «Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della Terra quanto il grido dei poveri (Lettera enciclica Laudato Si’, Città del Vaticano 2015, § 49). Quindi custodire la natura coincide con la capacità di custodire noi stessi.

Ma “coltivare e custodire” non comprende solo il rapporto fra noi e l’ambiente naturale, l’umanità e il creato. Comprende anche i rapporti umani: ecologia umana ed ecologia naturale camminano assieme. Noi tutti dovremmo prendere il serio impegno di essere attenti ad ogni persona, di rispettare e custodire il creato, di contrastare la cultura dello scarto e dello spreco, per promuovere una cultura dell’incontro, della solidarietà e del rispetto del creato.

Sostenibilità sociale e sostenibilità dell’ambiente naturale – in misura parimenti importante e in modo inscindibile – definiscono il contenuto del bene comune.

g) Bene comune. Il bene comune dev’essere determinato con riferimento alla natura umana integrale; non si limita ai soli aspetti materiali, economici e sociali; ha un respiro ben più ampio: certamente comprende tutte le condizioni di vita materiale che si richiedono per il perfezionamento della vita umana ma, nello stesso tempo, non può fare a meno di aprirsi ad altri beni altrettanto essenziali per una vita veramente umana, quali sono l’educazione, la cultura, l’arte nelle sue varie espressioni, la contemplazione, la dimensione spirituale e religiosa. Si può dire che una politica, la quale tagliasse le ali agli spazi del trascendente nel concreto della convivenza sociale, priverebbe il bene comune della sua stessa anima. Il bene comune dipende dalla qualità della vita umana (negli aspetti materiali, morali e spirituali; quindi non tanto la “qualità della vita” interpretata come bellezza e godibilità della vita fisica, quanto piuttosto nelle dimensioni più profonde – spirituali, religiose e relazionali – dell’esistenza), più che della quantità delle disponibilità materiali, e questo, non solo a livello di comunità locale o nazionale, ma anche a livello planetario.

Infatti, fondamento filosofico del bene comune è che la persona umana non è un’isola. «L’uomo nasce per vivere con gli altri» – afferma Aristotele – sia nel senso che ha una propensione innata alla compagnia con i suoi simili (una propensione affettiva che fa dell’uomo un animale sociale e politico e che genera la figura ideologica del “genere umano”, al quale ognuno sente di appartenere ed è coinvolto emotivamente, fino al limite di sentirsi sminuito, se muore una persona o se questa soffre) sia nel senso di avvertire l’utilità che trae dallo stare con gli altri. 

Anche se, sul piano biologico, l’individuo – forse la famiglia – precede la comunità, ciò non significa che, sul piano storico-antropologico, sia asociale, perché egli, nella norma, ha bisogno della comunità per realizzare i suoi obiettivi. Persegue molte delle sue aspirazioni in un contesto sociale, comunicando, cooperando, scambiando e sviluppando un ampio sistema di relazioni personali, talvolta anche anonime.

La realizzazione del bene comune è precipuo còmpito dello Stato, ma non solo; per la DSC tutte le persone, singolarmente o aggregate in gruppi, possono e debbono concorrere, con le proprie attitudini e con le proprie attività, al bene comune della comunità cui appartengono, e quindi anche al bene comune mondiale: la propria comunità espansa al massimo, al livello planetario.

L’espansione del principio del bene comune a livello mondiale trova non poche resistenze, specie nel mondo laico, specie nella parte di questo che è perplesso nei confronti del concetto di bene comune fondato su valori etici. Per questo mondo, l’impegno politico dev’essere piuttosto l’agire per l’affermazione della democrazia, in quanto ordinamento atto a registrare e recepire le convinzioni della maggioranza della comunità, previo libero confronto e dibattito fra le diverse istanze.

Non è così, perché il carattere etico della democrazia non è automatico. Dipende dalla conformità alla legge morale; dall’eticità dei fini che persegue e dei mezzi di cui si serve. La democrazia o è etica o non è niente! L’etica non sposa la democrazia, ma la giustizia e gli altri valori sopra enunciati e declinati.

3. Il ritorno induttivo

L’approccio deduttivo, precipuo della gerarchia ecclesiale, abbisogna di un ritorno induttivo, che spetta principalmente ai laici, dalla cui azione devono emergere i valori cristiani attraverso la vita concreta dei vari territori, con riferimento a specifici campi d’interesse degli stessi territori. 

Questi campi d’interesse possono essere:

a) Persona, famiglia, società;

b) Educazione, lavoro, impresa;

c) Politiche sociali: Welfare State vs. Welfare Society;

d) Ecologia umana ed ecologia naturale;

e) Finanza quale fattore di sviluppo economico e sociale;

e altri ancora, e tutte le azioni sono sempre viste alla luce della realizzazione del contenuto del bene comune che discende dai valori della DSC.


[1]   Più ampiamente si veda: Ciravegna, D., Un modello alternativo di economia e di società. La costruzione dell’edificio della Dottrina sociale della Chiesa, Studium Edizioni, Roma 2018.

*Daniele CIRAVEGNAProfessore emerito di Economia Politica dell’Università degli Studi di Torino, presso la quale è stato Vicerettore e Preside della Facoltà di Economia. Autore di pubblicazioni scientifiche in tema di Dottrina sociale della Chiesa, teoria macroeconomica, economia e politica del lavoro, mercati finanziari, microcredito, commercio internazionale, economia europea, economia regionale, VicePresidente dell’Associazione Toniolo Torino

A Torino il Festival della Dottrina Sociale della Chiesa

Riportiamo l’articolo, a firma di Marina Lomunno, pubblicato in data 26 Novembre 2020 su “www.vocetempo.it”

Al Collegio Artigianelli dei Giuseppini del Murialdo l’inaugurazione, in contemporanea con 24 città, del X Festival della Dottrina sociale della Chiesa. L’Arcivescovo Nosiglia ha benedetto il melograno, simbolo della dottrina sociale. Parla padre Currò, teologo, giuseppino del Murialdo.

«Prendi lezioni dal passato ma vivi nel tuo tempo. Ascolta e comprendi le voci della tua terra, della tua gente, dei poveri… Solo così imparerai a leggere i segni dei tempi e di Dio». La pensava così san Leonardo Murialdo, uno dei santi sociali torinesi che fecero della Torino dell’Ottocento capitale della formazione professionale per dare un’opportunità di riscatto e di futuro alle migliaia di ragazzi «discoli e pericolanti», quelli che don Bosco per primo accolse a Valdocco per dar loro una famiglia e un mestiere.

E proprio il Collegio Artigianelli di corso Palestro a Torino, che il Murialdo diresse per trent’anni, tormentato dai debiti per accogliere i giovani più poveri orfani e abbandonati e offrirgli un’opportunità di futuro, è stato scelto come luogo simbolo della santità sociale torinese per inaugurare il X Festival della Dottrina sociale della Chiesa, sul tema «Memoria del futuro» che si sta svolgendo dal 23 al 29 novembre per la prima volta in 24 città italiane da nord a sud della Penisola, da Aosta a Mazara del Vallo.

Il tema del Festival viene declinato nelle realtà locali a seconda delle urgenze del territorio: «Per Torino», spiega padre Danilo Magni, Giuseppino del Murialdo referente della diocesi subalpina per il Festival, «è stato scelto il tema ‘Comunità educanti e imprenditive: le radici torinesi della Dottrina sociale della Chiesa per alimentare il futuro’ proprio perché la memoria dei nostri santi sociali, come scriveva il Murialdo, mette al centro le persone, che insieme desiderano sporcarsi le mani per una formazione delle nuove generazioni adeguata alle sfide contemporanee e per una presenza delle imprese capaci di sviluppare nuove opportunità di lavoro, unitamente alla sostenibilità economica ed ambientale».

E nella mattinata di lunedì 23 novembre, in contemporanea con altri luoghi simbolo delle 24 città italiane dove si sta svolgendo il Festival, è stato piantato un albero di melograno, scelto come simbolo della Dottrina sociale della Chiesa. «Piantarlo in un luogo così simbolico per la storia della nostra città di Torino, qual è il Collegio Artigianelli, ci rende felici, ma anche più consapevoli della responsabilità che abbiamo per il tempo presente», prosegue padre Magni. «Gli Artigianelli per tanti ragazzi poveri hanno voluto dire: casa, affetto, formazione, avviamento al lavoro… Vangelo spezzato. Siamo eredi del Murialdo e tutti i santi sociali torinesi. Questo melograno potrebbe essere piantato in altre decine di luoghi significativi della nostra città. È quello che ci auguriamo avvenga nei prossimi anni».

Alla cerimonia (nella foto), presieduta dall’Arcivescovo Nosiglia hanno partecipato in rappresentanza della città, il vicesindaco Sonia Schellino, Guido Bolatto, segretario generale della Camera di Commercio di Torino in rappresentanza delle imprese, del commercio e del lavoro, Elena Cappai, dell’Ufficio scolastico regionale per il mondo educativo e formativo, Gaetano Quadrelli per Ufficio diocesano della Pastorale sociale e del lavoro che coordina i lavori del Festival a Torino. «L’albero è segno di vita e di pace», ha detto Nosiglia benedicendo la pianta. «Siamo vicini a Natale e tra i simboli della festa c’è l’albero addobbato di luci colorate per inneggiare alla nascita del Figlio di Dio luce del mondo. Così noi oggi vogliamo benedire questo alberello di melograno dalle forti radici che richiama la fecondità e abbondanza della generazione e lo facciamo proprio perché stiamo attraversando un momento difficile e tragico per la vita di tante persone a causa del coronavirus. La benedizione che di questo albero possa significare un’iniezione di speranza nel futuro confortata dal Signore che non cessa di donarci i frutti della terra per nutrirci e sostenerci nel nostro cammino ogni giorno. Le radici di questo melograno possano dar frutti soprattutto per le nuove generazioni».

Martedì 24 novembre è iniziata la giornata torinese con un collegamento streaming introdotto da un video messaggio dell’Arcivescovo che, richiamando la Carta dei Valori di Torino – che viene sottoscritta giovedì 26 novembre dalle aggregazioni laicali della diocesi e da tutti gli attori che sono coinvolti nella rete della rinascita della città e che verrà inviata a Verona al Festival nazionale – ha sottolineato come «cooperare, dialogare, confrontarsi e prendere decisioni insieme è un valore aggiunto sia sul piano metodologico che dei contenuti. Vi invito pertanto a prendere spunto da questa occasione per continuare, dopo il Festival, a proseguire nel lavorare insieme. Il tentativo di impastarsi con la realtà è nel pieno spirito del pensiero sociale della Chiesa: camminare insieme verso il bene comune. Torino è stata ed è una realtà viva e attenta nel coniugare sapientemente la dimensione sociale con quella economica. La storia della nostra città è fatta di grandi alleanze su questo campo, con il prezioso e decisivo contributo della realtà cristiana, la quale ha saputo mettersi in gioco in modo decisivo sulle problematiche sociali più urgenti ed importanti».

Sono seguite le presentazioni, a cura della Fondazione Operti, di alcune testimonianze della formazione professionale torinese – il Cnos dei Salesiani, l’Engim dei Giuseppini del Murialdo e La Casa di Carità Arti e Mestieri – che, sulla Memoria dei santi sociali, danno ancora oggi futuro a tanti giovani. «Il Festival», ha evidenziato Alessandro Svaluto Ferro direttore dell’Ufficio di Pastorale sociale e del lavoro diocesano che ha introdotto il collegamento da Torino, «rappresenta un’ulteriore occasione per il nostro territorio diocesano. Con molte associazioni, realtà della formazione, realtà sociali abbiamo deciso di riflettere attorno a due parole chiave: educazione e impresa, elementi che hanno segnato la storicità della nostra città e che possono ancora essere veicoli di sviluppo sociale. La chiave educativa sappiamo essere l’energia principale con cui un Paese si struttura: e oggi, con l’emergenza sanitaria ancora in corso, si profila anche un collasso educativo per le giovani generazioni. Serve ripartire proprio dai giovani e dalle capacità che gli ambienti educativo possono generare. Educare significa infatti trarre fuori le migliori risorse che abbiamo per la promozione della persona».

Molto apprezzato l’intervento del teologo padre Salvatore Currò, giuseppino del Murialdo, direttore dell’Istituto di Teologia pastorale dell’Università pontificia salesiana di Roma che, richiamandosi al magistero di Papa Francesco, ha invitato a riflettere su come «l’educazione richieda uno stile di alleanze e di lavoro in rete, un patto di alleanza tra generazioni: non bisogna mai scavalcare il ‘con’, riconoscendo il protagonismo dei giovani, aprendo loro spazi, riconoscerli più ancora che accompagnarli, includendo i poveri come soggetti perché nessuno si salva da solo e anche in un’azienda il senso di appartenenza e di corresponsabilità è fondamentale». Secondo padre Currò economia e dono non sono in antitesi. «In un’impresa lo stile delle relazioni, il benessere delle persone, le competenze professionali, la produzione dell’azienda possono contribuire al bene comune se si mette al centro la persona». Infine la riflessione sul tempo che stiamo vivendo: «La pandemia mette a nudo la crisi della nostra cultura, la verità della nostra esistenza, siamo legati corporalmente (il virus lo ha messo ben in evidenza), nel bene e nel male e siamo corresponsabili: non ci si salva da soli, ‘siamo tutti sulla stessa barca’ e abitiamo la stessa casa comune nella memoria e nel futuro».

La novità di questo Festival della Dottrina sociale che si svolge nella sezione nazionale a Verona, dove è nato, è una celebrazione che sta vivendo le limitazioni dettate dal decreto sulla pandemia, ma che non ha penalizzato la partecipazione: sono migliaia di adesioni quasi a complemento del grande convegno «Economy of Francesco» che sta risuonando fortemente al Festival. Tutti i lavori si possono seguire in streaming sul sito http://www.dottrina sociale.it/festival e la Messa conclusiva domenica 29, su Telepace. L’apertura del Festival nazionale si tiene giovedì 26, alle 21, con il videomessaggio di Papa Francesco e del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

[Fonte: https://vocetempo.it/a-torino-il-festival-della-dottrina-sociale-della-chiesa/]

FESTIVAL DSC – MEMORIA DEL FUTURO

Il Festival della Dottrina Sociale della Chiesa (DSC) è l’evento culmine di un anno di impegni e attività, che alla fine di novembre, oramai da 9 anni, si svolge con partecipanti da tutta Italia e diversi Paesi del mondo a Verona, mossi ed ispirati dalla gratuità del bene comune, dalla sussidiarietà e solidarietà nel confrontarsi, ritrovarsi e fare rete sui propri territori.

Questi i principi ispiratori della Dottrina Sociale della Chiesa, che assieme all’idea cardine della persona al centro, propone valori universali, condivisibili anche dai non cattolici. Monsignor Adriano Vincenzi ha chiuso la scorsa edizione dichiarando che il Festival nella sua continuità sarebbe giunto in 10 città nel 2020.

Torino è la città dei santi sociali, protagonisti attivi dell’evangelizzazione. La Chiesa torinese, con la sua ricchezza di carismi ed organizzazioni, ha sempre mantenuto nel corso dei decenni questa sua caratterizzazione specifica, di essere nella società civile seme e fermento della novità di Cristo.

Per questo e altri motivi abbiamo deciso di proporre la nostra città ad ospitare una serie di iniziative a partire dal 23 novembre al 26 novembre 2020.

Il titolo del percorso è: MEMORIA DEL FUTURO

Comunità educanti e imprenditive: le radici torinesi della Dottrina Sociale della Chiesa per alimentare il futuro

L’Obiettivo del percorso non è solo promuovere un evento ma è la proposta di scrittura della CARTA DEI VALORI DI TORINO: la declinazione dei valori della DSC alla luce della realtà del territorio torinese con riferimento alle azioni concrete che i cattolici locali condividono e propongono a tutti i soggetti del territorio.

QUI il manifesto con il programma dettagliato e le indicazioni per la partecipazione.

Gli incontri si svolgeranno in diretta live dal canale Opera Torinese del Murialdo e dal canale Atelier dell’Impresa Ibrida.

Link:

VISITA IL SITO: OPERA TORINESE DEL MURIALDO TORINO

VISITA IL SITO: ATLERIER DELL’IMPRESA IBRICA

La PARTITA DEL FUTURO (ed. 2019) – Stadio San Paolo di Napoli

In evidenza

Nella mattinata di mercoledì 16 ottobre u.s. presso lo Stadio San Paolo di Napoli l’Associazione ONLUS “Centro di Cultura e Studi Giuseppe Toniolo” di Torino ha ideato e organizzato l’evento LA PARTITA DEL FUTURO.

Giunto alla seconda edizione, l’evento ha coinvolto le nuove generazioni al fine di dare voce ai giovani che hanno potuto esprimere i loro progetti attraverso nuovi strumenti e nuovi linguaggi.

L’Associazione Toniolo, attraveso un nuovo modello di orientamento al mercato del lavoro, propone di far conoscere ai giovani i nuovi canali di mercato globale quali cooperative, fondazioni, imprese sociali e start-up.

Qui di seguito il link dei VIDEO dell’evento e le inteviste:

BUONA VISIONE E GRAZIE A TUTTI PER LA PARTECIPAZIONE!

La Partita del Futuro, Presentazione lunedì 7 ottobre 2019

In evidenza

Riceviamo in Redazione, e riportiamo, l’articolo a firma di  Pietro Pizzolla, pubblicato su “www.gazzettadinapoli.com” in data 5 ottobre 2019

Lunedì 7 ottobre alla Basiica del Buon Consiglio a Capodimonte verrà presentata la Partita del Futuro, organizzata da Cisl Scuola, Confcooperative Campania, BCC Napoli e Siamo Impresa PMI, con il sostegno del Comune di Napoli e della Regione Campania.

Previsti gli interventi del sindaco di Napoli Luigi de Magistris e del Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca.

Qui di seguito la locandina:

La partita del Futuro all’Allianz Stadium

Riportiamo la nota pubblicata su “www.ireninforma.it” in data 9 ottobre 2018

Oggi all’Allianz Stadium si è svolta una partita più importante di una sfida di Champions League… #laPartitadelFuturo! 

Tantissimi giovani, il loro entusiasmo, gli insegnanti e il mondo del lavoro invitati dalla Fondazione Toniolo a parlare di Alternanza Scuola Lavoro.

Il Gruppo Iren ha presentato le principali attività realizzate a Torino. Un focus particolare è stato dedicato a due progetti:  “Un Futuro Solare”, realizzato dai ragazzi dall’Istituto Agnelli e “IlluminaTO realizzato dai ragazzi dell’Istituto Avogadro.

Iren per le nuove generazioni… Un Futuro Sostenibile!

Link: https://www.ireninforma.it/la-partita-del-futuro-all-allianz-stadium

LA PARTITA DEL FUTURO. UN EVENTO CHE VEDE PROTAGONISTI I GIOVANI.

Riportiamo un breve articolo pubblicato su “www.universitari.to.it” con riferimento all’evento “LA PARTITA DEL FUTURO” edizione 2018

Martedì 9 ottobre, presso l’Allianz Stadium di Torino, si svolgerà l’evento la “Partita del futuro”, organizzato dall’Associazione ONLUS “Centro di Cultura e Studi G. Toniolo – Amici dell’Università Cattolica” di Torino per celebrare il centenario della morte del Beato Giuseppe Toniolo.

Un evento pensato per i giovani del 3°, 4°, 5° anno delle superiore e gli universitari della Regione Piemonte, che intende offrire testimonianza di azioni e iniziative coraggiose di giovani che da spettatori si sono fatti protagonisti e disegnatori attivi del proprio futuro.

L’evento sarà un ampissimo spazio dedicato alla presentazione di 15 progetti innovativi nei settori dello sport, della cultura, dell’arte, della cultura e dell’impegno sociale, pensati e presentati dai giovani per i giovani che parteciperanno all’evento, i quali, grazie ad un’apposita App, potranno votare il progetto più interessante.

I 15 progetti presentati, tra i quali vi sarà anche Servire con lode, sono stati selezionati da una Commissione appositamente costituita dal Centro Toniolo, con lo scopo di indicare possibili percorsi virtuosi attivabili attraverso l’alternanza scuola-lavoro, tirocini-stage e la partecipazione ad iniziative culturali e sociali del no profit.

La presentazione dei progetti sarà coordinata da Guido Stratta, Responsabile Sviluppo, formazione e recruiting del gruppo Enel; mentre gli approfondimenti tematici saranno curati da Don Danilo Magni, direttore generale dell’Opera del Murialdo e da Ernesto Preziosi, Presidente del Centro Studi Storici e Sociali di Roma.

L’intento generale dell’evento, oltre a favorire l’incontro e la nascita di nuove relazioni tra giovani, aziende ed istituzioni, è quello di creare un significativo momento di confronto, crescita ed arricchimento reciproco tramite la condivisione di racconti, testimonianze, esperienze e percorsi innovativi e unici già attivi nel territorio torinese, piemontese e italiano.

All’Allianz Stadium gli studenti in campo per giocarsi il futuro

Riportiamo l’Articolo, pubblicato in data 9 ottobre u.s., sul sito “www.vocetempo.it”.

l Centro studi Toniolo, per celebrare il centenario della morte del beato, ha organizzato il 9 ottobre presso l’Allianz Stadium la “Partita del Futuro” a cui hanno preso parte numerosi studenti delle superiori. Ai ragazzi sono, inoltre, stati presentati diversi progetti per giovani, tra cui quelli diocesani di “Servire con Lode” e la “Pagina dei saperi” della Pastorale Universitaria e di Young Caritas

Una mattina particolare per molti studenti delle superiori presso l’Allianz Stadium di Torino, dove si è svolto l’evento la “Partita del futuro”, organizzato dal Centro di Cultura e Studi Toniolo per celebrare il centenario della morte del Beato.

L’introduzione è stata fatta tra gli altri dal rettore del Politecnico Guido Saracco, che ha ribadito la volontà dell’Ateneo di produrre impatto sociale positivo, e dalla forte testimonianza del presidente nazionale dell’Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti, Riccardo Ghidella, che ha invitato i giovani a cercare Dio ogni giorno nel loro lavoro.

Il beato Giuseppe Toniolo è stato poi ricordato da mons. Domenico Sorrentino, Vescovo di Assisi, che ha raccontato l’uomo ed il professore che seppe interrogarsi di fronte agli eventi della sua generazione, da quelli economici a quelli sociali, e seppe interrogare i suoi contemporanei stimolando i suoi giovani studenti, chiamandoli alla serietà dello studio e all’azione di valore.

Le molte classi che hanno partecipato hanno visto protagonisti diversi progetti per giovani provenienti dai mondi più disparati, tra essi anche quelli diocesani di “Servire con Lode” e la “Pagina dei saperi” di Pastorale Universitaria e Young Caritas ed il “Laboratorio metropolitano giovani e lavoro” di Pastorale Sociale e Gioc. Che partita possono giocare i giovani? Quale futuro attende loro? In molti hanno sottolineato, come il Miur o la Fondazione Cottino di impegnarli con attività che puntino alla libera espressione dei loro talenti, garantendo loro un sapiente orientamento. Conoscenze e competenze volte all’azione nel e per il territorio come ulteriore occasione di crescita e apprendimento come ribadito da Iren, Cisl ed Università di Torino.

I lavori con i giovani sono stati animati da Guido Stratta del gruppo Enel e gli approfondimenti tematici curati da: don Magni dell’Opera torinese del Murialdo ed Ernesto Preziosi del Centro Studi Storici e Sociali di Roma. Nonostante l’immagine comune li ritragga come ragazzi e ragazze disinteressati o svogliati, la realtà parla di una generazione che è e vuole essere sempre più protagonista e mettersi in gioco in prima persona, aprirsi ad esperienze formative nuove, coltivare un sogno e scoprirsi capaci di progettare ed investire sul proprio futuro. Ed è proprio nella direzione di queste nuove forme di educazione, impegno e servizio che all’Allianz Stadium di Torino, giovani, istituzioni, scolastiche aziende e associazioni del no profit si sono impegnati, facendo squadra, a lavorare insieme.

Di fronte allo scenario moderno nel quale ci siamo “infilati”, afferma Cinzia Rossi Presidente del Centro di Cultura e Studi G. Toniolo – Amici dell’Università Cattolica, dovremmo imitarlo nel porci con coraggio la domanda: “Da dove dobbiamo ripartire?” La risposta è: “Sicuramente ridando un’anima al vivere sociale!”. I giovani “sacro deposito”, così li definisce Giuseppe Toniolo, sono coloro che scriveranno il futuro. Dobbiamo ridare fiducia e spinta alle loro azioni, ai loro desideri, non trascurare le loro aspettative di vita migliore. Le loro scelte attuali, perché siano premessa coraggiosa per giocare la “Partita del loro futuro” dovranno poggiare sui pilastri della lungimiranza, pilastri presenti anche nei principi della Dottrina Sociale: la dignità della persona, il bene comune, la sussidiarietà e la solidarietà.